Mi trovo attualmente ad Embu, in Kenya, dove assieme a Gaia sto svolgendo il mio Servizio Civile all’interno di un progetto di collaborazione con la diocesi locale. Il nostro impegno si concentra principalmente in due scuole, nelle quali affianchiamo gli insegnanti durante le lezioni e proponiamo attività educative, tra cui lezioni di italiano rivolte a studenti della scuola primaria e secondaria di primo grado. In particolare all’interno di una delle due scuole è presente anche una casa famiglia, che accoglie circa una cinquantina di bambini e ragazzi fino ai 18 anni. Questo luogo sta diventando uno spazio significativo del mio servizio, non solo per le attività svolte, ma soprattutto per le relazioni che si sono create giorno dopo giorno.
L’anno scolastico qui in Kenya va da gennaio a fine ottobre; durante i mesi di vacanza, in particolare a novembre e dicembre, abbiamo avuto la possibilità di dedicarci ad attività diverse dal consueto supporto scolastico. In questo periodo ci siamo occupate, infatti, della decorazione delle stanze dei neonati della casa famiglia, realizzando alcuni murales pensati per rendere gli spazi più accoglienti e colorati. In questa attività artistica abbiamo coinvolto anche i ragazzi più grandi, trasformando un semplice lavoro manuale in un’occasione di condivisione e partecipazione. Le giornate iniziavano presto: verso le otto del mattino, con il sole già alto e il caldo che si faceva sentire, arrivavamo alla casa famiglia dove trovavamo i ragazzi impegnati a lavare le tazze della colazione. Dopo qualche chiacchiera e saluto, ci dirigevamo insieme ad alcuni di loro nelle stanze dei piccoli e, con un po’ di buona musica di sottofondo, iniziavamo a pitturare. Sono stati giorni apparentemente ordinari, ma profondamente significativi, che mi hanno permesso di rafforzare il legame con i ragazzi. Tra una pennellata e l’altra, mentre decoravano con entusiasmo le stanze in cui molti di loro erano cresciuti, ho imparato a conoscerli meglio, a scoprire le loro personalità, le loro passioni, e ascoltare i loro desideri sul futuro. Ricordo bene i primi giorni, ad ottobre, quando per i ragazzi ero semplicemente una mzungu (bianco, straniero), così mi chiamavano. Oggi, invece, ogni loro “Ciao Maria!” è sempre accompagnato da una stretta di mano calorosa o da un abbraccio spontaneo. È in questi gesti semplici che riconosco il senso più profondo di questo servizio, fondato sulla continuità della presenza e sulla costruzione di relazioni nel tempo.
Questi primi quattro mesi di servizio civile si stanno rivelando un’esperienza estremamente intensa e formativa. Ho avuto l’opportunità di entrare in contatto con una cultura e una realtà molto diverse dalla mia, mettendomi in ascolto e imparando a guardare il mondo da un’altra prospettiva. Dal punto di vista professionale, essendo una maestra, ho la possibilità di conoscere da vicino un sistema educativo diverso da quello italiano e di cimentarmi in attività coerenti con il mio percorso di studi. Allo stesso tempo, il servizio civile rappresenta soprattutto un percorso di crescita personale. Non è solo il desiderio di partire o di conoscere un luogo nuovo, ma una scelta che richiede adattamento, apertura e disponibilità a confrontarsi con molte differenze culturali. Mettersi al servizio, in questo contesto, significa imparare a offrire ciò che si è e ciò che si sa fare, accettando di rimettersi in gioco ogni giorno.
Maria
